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Tratto da Avvenire.it

Pregare, Meditare - Olistic.it

La fede religiosa e la spiritualità possono influire sullo stato di salute di una persona? Almeno l’80% dei pazienti intervistati in uno studio multicentrico pubblicato in questi giorni sull’Australian Health Review ne è convinto. Il campione indagato è particolarmente interessante perché composto da australiani in buona parte non nativi, provenienti da 35 diversi paesi del mondo, rappresentanti dunque di un ampio ventaglio di culture e fedi. Fra loro vi sono cattolici, protestanti, ortodossi, buddisti, musulmani, ma anche chi si dichiara «spirituale, non religioso».

Tutti sentono il bisogno di poter partecipare alle proprie pratiche devozionali anche durante il periodo del ricovero: pregare, partecipare a cerimonie, leggere testi sacri, ascoltare musica, meditare, accendere candele e incensi, conversare con religiosi su temi spirituali e via dicendo. Queste abitudini sono considerate «un valido aiuto, in particolare durante gli stati di malattia, perché aumentano il senso di benessere, danno forza e conforto, rinfrancano l’appartenenza alla comunità, offrono una guida sicura, facilitano la riflessione sul significato della propria condizione, riducono ansia, paura e sconforto».

E i medici cosa pensano in proposito? Sembrano lontani i tempi in cui Freud paragonava la religione a una nevrosi… Dei 2.000 intervistati in uno studio dell’Università di Chicago, il 56% ritiene infatti che l’influsso di religione e spiritualità sulla salute sia «generalmente positivo» e consenta ai pazienti di fronteggiare al meglio la malattia (76%), anche se – come precisa l’82% degli psichiatri – a volte può essere causa di emozioni negative che ne accentuano la sofferenza. Al termine di un’ampia rassegna, Harold Koenig della Duke University è giunto a questa conclusione: «Delle migliaia di studi scientifici che hanno indagato i rapporti fra religione e salute, la gran parte riporta associazioni positive”.

Una ricerca della California Public Health Foundation di Berkeley, che ha seguito 5.000 adulti per 30 anni, ha dimostrato ad esempio che un’assidua partecipazione alle funzioni religiose può ridurre il rischio di mortalità del 36%. Lo stesso è emerso da una indagine dell’Università del Texas su 20mila americani, il cui impegno nei servizi religiosi avrebbe concesso loro fino a 14 anni di vita in più. Una meta-analisi di 42 studi condotta dall’Università di Miami su un campione di 126mila persone ha messo in luce che «quelle religiosamente attive avevano il 29% di probabilità in più di sopravvivenza nel periodo considerato, rispetto al resto della popolazione». Il rapporto positivo fra spiritualità ed esiti di trattamento (“outcome”), in particolare nell’ipertensione, nei disturbi cardiovascolari, nelle complicazioni chirurgiche, nei disturbi endocrini e immunitari, nelle tossicodipendenze, nei disturbi mentali e nel dolore cronico è stato evidenziato in più occasioni dalla rivista dell’Associazione dei medici di famiglia americani.

L’Università di Boston ha dimostrato l’efficacia delle pratiche orientali su un campione di 30 pazienti sofferenti di dolore cronico che, a 12 settimane, riuscivano a fare minor uso rispetto ai soggetti di controllo di analgesici (13% contro il 73%) e di oppiacei (0%-33%), con un miglioramento delle condizioni mediche generali (73%-27%). Una recente ricerca condotta in California su un campione di 1.844 sopravvissuti al cancro ha dimostrato una elevata adozione da parte loro (66%) di forme religiose e spirituali nel contesto della medicina complementare alternativa.

All’Università del Texas sono stati riscontrati in un gruppo di 84 donne con carcinoma mammario effetti positivi della preghiera sul benessere fisico, non solo psicologico, delle pazienti. E il sorprendente risultato a cui è giunto il professor Candy Gunther Brown del Dipartimento di Studi religiosi della Bloomington Indiana University è che pregare per la guarigione di un’altra persona, specialmente se lo si fa a stretto contatto con il malato, provoca un inspiegabile, effettivo, tangibile miglioramento delle sue condizioni di salute, miglioramenti molto più rilevanti di quelli tipici da suggestione o ipnosi.

Una rassegna di studi realizzata dalla Stanford University ha documentato l’effetto della musicoterapia nella riduzione del dolore legato a interventi oncologici invasivi e al trattamento con chemioterapia. Nel nostro Paese, uno studio pilota coordinato dall’oncologo Paolo Lissoni e pubblicato sulla rivista “In Vivo” ha dimostrato che «L’approccio psicospirituale al trattamento del cancro è stato in grado di aumentare l’efficacia della chemioterapia migliorando il decorso clinico della neoplasia e la probabilità di sopravvivenza a 3 anni in un gruppo di 50 pazienti con tumore al polmone, riuscendo a stimolare significativamente la risposta immunitaria anticancro mediata dai linfociti».

Nuove evidenze sperimentali dell’effetto delle pratiche spirituali sul cervello arrivano anche dalla disciplina emergente delle neuroscienze contemplative: «È stato dimostrato che i sistemi biologici periferici con un ruolo decisivo nella salute di un individuo possono essere modulati dai circuiti cerebrali sui quali agisce la meditazione», spiega Richard Davidson, ricercatore dell’Università del Wisconsin. La meditazione, sperimentata nel contesto sanitario sin dai primi 60 a opera di Herbert Benson, cardiologo dell’Università di Harvard, sarebbe in effetti in grado di influire sui ritmi elettrici del cervello, sulla frequenza cardiaca e respiratoria, finanche sul metabolismo. Negli anni è stata utilizzata con successo in sede di trattamento del dolore cronico, dell’insonnia, degli stati ansioso-depressivi, della sindrome premestruale, dell’infertilità e nell’ambito della terapia oncologica complementare.

In Italia la meditazione è stata recentemente adottata come strumento d’elezione in un «percorso di riduzione degli effetti collaterali della chemioterapia destinato a pazienti con carcinoma mammario». Messo a punto dall’Ospedale Bellaria di Bologna, il progetto sarà attivato a breve anche al San Carlo di Milano e alle Molinette di Torino.

E per le malattie che ancora non possiamo curare, come l’Alzheimer? «Dove non c’è cura, può esserci spazio per l’accettazione della propria condizione, in vista di una pacificazione con se stessi e con il mondo – sottolinea Christina Puchalsky della George Washinghton University – ed è proprio la dimensione spirituale a consentirci di mantenere un senso di vita e di coerenza personale di fronte a cambiamenti drammatici». Dal canto suo il professor Giorgio Lambertenghi, presidente dell’Associazione medici cattolici di Milano, pur lontano dall’approccio anglosassone che, a suo dire, «utilizzerebbe la spiritualità alla stregua di un antibiotico, di un salvavita, agente al massimo come un placebo», si dice convinto che «la formazione del medico dovrebbe essere completata anche da una adeguata preparazione filosofica, in modo da riuscire a prendere in carico la persona nella sua integrità fisica, psicologica e spirituale»

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